Celio
Bordin scopre l'arte a Milano in via Gluck ancora
bambino.
"Costruivo carretti con i cuscinetti a sfera
degli ingranaggi meccanici, abbandonati e scartati
dalle fabbriche milanesi del 68. La povertà
era per me una realtà, che mi avrebbe presto
portato a conoscere molto più da vicino queste
fabbriche e le loro catene di montaggio".
Prima di scoprire gli obblighi del lavoro minorile
e formarmi delle idee sul consumismo capitalistico
e sulle sue conseguenze, scoprii insieme ad alcuni
coetanei l'ebbrezza e la bellezza potenziale nascosta
tra gli oggetti abbandonati o scartati tra le strade
da una borghesia troppo indaffarata a produrre per
vedere le possibilità recondite nelle cose
gettate.
Forse perché per loro i bulloni, i giochi malandati
e i cosiddetti rottami non erano compatibili con l'immagine
che essi avevano di sé, della propria vita
e certamente lontana da come volevano rappresentarla.
Proprio in quel mentre io scoprivo la rappresentazione,
la ricerca, il valore nascosto agli occhi di ciò
che era già stato condannato all'oblio."
Riportare gli oggetti dall'ossidazione alla lucentezza,
ricomporli oltre la propria funzione e possibilità
di assemblaggio, ridargli dignità e consegnarli
a nuova vita è per Bordin un rapporto intimo
e discreto con le sue opere.
Le cura e le prepara all'avvenire, all'eternità,
con tenerezza e delicatezza felice di vederli "sistemati"
e capaci di parlare ed essere ascoltati e capiti anche
da chi in passato avrebbe potuto gettarli. Dagli anni
80 ad ora Celio Bordin si identifica nel mondo dell'arte
contemporanea come un innovativo e coraggioso artista
del trash.
"Deformo le tele, ne dipingo la parte anteriore
e posteriore, ne attraverso la dimensione per poterla
superare a mia volta. Spezzo i quadrati e i limiti
di un contenitore predefinito per ridare dinamicità
al quadrato, scoprirne la terza e la quarta dimensione,
uscire dalle mura stesse per aprirsi all'arte e al
suo dialogo con l'infinito.
Sono sempre stato un ribelle, un rivoluzionario, uno
che trae dalle classificazioni l'ispirazione e il
desiderio per raggiungere nuovi orizzonti. Creo solo
ciò che voglio, ciò che la mia vita
e la vita che mi circonda mi suggerisce e mi presenta.
Per il resto ascolto e scolpisco, dipingo, trovo e
cerco ciò che ha bisogno di me per venire a
galla nella sua bellezza ed esistenza. Chiamatemi
pure pirata, visionario dell'arte. Io sento di non
poter smettere di combattere per la civiltà."
Celio Bordin e il suo pensiero progressista e umanista
hanno percorso il mondo, insegnando ed imparando dalla
vita e dalla sue esperienze il valore dell'esserci
e l'importanza della coscienza necessaria al volerci
essere. "IO CI SONO" è il motto che
Bordin, stringendo le mani di un giovane artista palermitano,
gli consegna in eredità come tesoro e talismano
da portare nel mondo.
Profondamente dedito e sensibile al valore dell'arte
come strumento di emancipazione ed azione sociale
e individuale, Bordin crede che l'amore, la pace e
la consapevolezza spirituale di cui l'arte si nutre
e che l'arte dona sia la stessa che abbia creato e
generato il mondo.
La stessa che con il mondo vuole e prova a comunicare.
"Questo è l'unico spazio, l'unica verità
dell'arte, l'unica esigenza dell'arte: l'ascolto.
Il resto siamo noi, che in accordo con questo ascolto,
per questo ascolto stesso, esistiamo. Che l'arte sia
e che sia per tutti."